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C’è stata un’epoca in cui la fantasia e la paura si fusero generando un rapporto tra la natura e l’uomo unico nella storia.

In base a ciò la quotidianità offriva mille gradi di interpretazione di fatti semplici o comuni; tutto ciò che accadeva dinanzi agli occhi poteva essere un messaggio da una realtà superiore.

Questa epoca fu il medioevo, età che vide nascere e che coltivò in grembo portando alla massima espressione ciò che fu poi definito allegorismo universale.

Sentire e percepire il mondo come metafora o allegoria o simbolo di altro, oscuro e nascosto, da decifrare. Vi era una visione orizzontale in cui tutto era portavoce di dio o del diavolo. Non esisteva la storia come la intendiamo oggi, essa non aveva ancora raggiunto la metodologia matura e laica che si ebbe poi nell’umanesimo e ogni evento scevro della contestualizzazione necessaria alla sua completa comprensione, era ferente di messaggi arcani.

Questa fu l’epoca in cui nacquero i primi bestiari, grandi raccolte di descrizioni, per lo più basate sulla mitologia, di animali reali o immaginari. Ebbero nei secoli medievali grande successo e divulgazione in quanto sintesi di quel sapere enciclopedico tipico dell’epoca e del pensare.

Vi era necessità di informazioni di ogni tipo, tutto poteva essere utile per decifrare i segni che si paravano dinnanzi agli uomini in ogni dove. Fantasia e realtà non avevano confini netti e spesso l’una invadeva il terreno dell’altra e viceversa con facilità.

Grandi e oggi preziosissimi trattati, illustrati con mano magistrale, ben descrivevano magnifici animali; del resto la natura era ancora per lo più inesplorata e quindi offriva materiale ricco e interminabile al sogno e all’immaginazione.

Il bosco, il mare, la foresta venivano guardati con timore reverenziale; gli ultimi retaggi dei culti pagani ancora dimoravano nel cuore degli uomini semplici e la paura e la devozione albergavano nelle loro menti.

Nell’evo in cui la natura è una grande rappresentazione allegorica del soprannaturale anche l’arte viene vista alla stessa stregua.

La cattedrale che rappresenta la somma artistica di tutta la civiltà medievale diviene un surrogato della natura. Attraverso le statue dei portali, i disegni delle vetrate policrome, i mostri e le gargouilles dei suoi cornicioni si realizza una vera e propria visione sintetica dell’uomo, della sua storia e dei suoi rapporti con il mondo. A garantire la leggibilità dei segni impiegati stava la capacità medievale di cogliere corrispondenze, di tradurre un’immagine nel suo equivalente spirituale.

Con Tommaso però abbiamo una svolta radicale; poche parole il cui significato si allargherà come macchia d’olio, cambiando le menti e l’orizzonte del dialogo con il reale.

L’angolazione della visione e della ricerca del segno viene ridotta drasticamente quando il concetto di senso letterale verrà esteso all’atto dell’enunciazione. È un passaggio fondamentale l’affermazione di Tommaso che possiamo riassumere in questo modo : “ l’allegoria in factis vale soltanto per la storia sacra, ma non per la storia profana. La storia profana è storia di fatti non di segni. “

unde in nulla scientia, humana industria inventa, proprie loquendo, potest inveniri nisi litteralis sensus

per cui nessuna creazione dell’arte umana si può trovare, in termini rigorosi, alcun senso che non sia quello letterale.

Quaestiones quodlibetales VII,6,16

“l’affermazione è degna di nota perché di fatto liquida l’ allegorismo universale, il mondo allucinato dell’ermeneutica naturale tipica del Medioevo precedente”

Umberto Eco – Scritti su pensiero Medievale c6- 139 pg.

Vi è quindi un sovrasignificato nel momento in cui l’autore non è consapevole del messaggio riferito, o creato. Non c’è senso spirituale nel discorso poetico e neppure nella Scrittura quando usa figure retoriche perché è inteso e voluto dall’autore e individuato facilmente dal lettore. Ma questo non significa che il senso letterale non possa essere molteplice. Viene espresso secondo il modo parabolico, come ad esempio nella liturgia: il precetto cerimoniale nell’antica legge aveva senso spirituale ma nel momento in cui viene introdotto nel rito, nella prassi, esso assume puro e semplice valore parabolico.

Nel compiere questa operazione logica e retorica Tommaso sancisce la fine dell’universo allegorico e dei suoi trattati, i bestiari e le enciclopedie e la loro favolosa visione del mondo.

A mio avviso sposta con ciò anche l’attenzione allo studio del testo come mai fino ad ora, aprendo la strada alla nascita della filologia in epoca umanistica, soprattutto nel momento in cui la storia sacra, tornata unica ancilla dei, riprende il dominio assoluto sul messaggio divino.

Non vi sarà più un mondo di segni, ma di forme.

La creazione divina produce entità tangibili e realistiche e il secolo seguente, attraverso l’accettazione dell’aristotelismo, fisserà la sua attenzione sulla forma concreta delle cose.

La visione del mondo si dirige verso lo studio attraverso l’osservazione priva di timori reverenziali e il velo che separava l’uomo dalla natura viene squarciato definitivamente.

La paura scompare e con essa anche il mistero.

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