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LA BATTAGLIA DI CAMPALDINO

Sul finire del XII secolo la Toscana era un pullulare di Comuni, ciascuno con un proprio territorio, su cui vigevano giurisdizioni diverse, come se fossero dei veri e propri Stati distinti. Era ovvio che tra queste città sorgessero delle tensioni, dal momento che ciascuna voleva allargare il proprio territorio a danno dei vicini. Nel corso di quel secolo, inoltre, si andarono definendo due fazioni ” oggi li chiameremmo partiti” dette Guelfi e Ghibellini. i nomi di questi due partiti, che divennero sinonimi di sostenitori del Papa” Guelfi” e alleati dell’imperatore “Ghibellini”, nacquero nell’Europa settentrionale per contraddistinguere due famiglie pretendenti alla corona di Germania: Welf ” Lupo” era il nome del duca di Baviera, e diede il nome al partito Guelfo, mentre Weiblingen, che era il nome di un castello della Svevia, definì i Ghibellini. Le lotte di queste due fazioni erano sanguinosissime, e non solo c’erano scontri tra città di opposta fazione, ma persino le singole città erano al loro interno divise tra queste due fazioni e se in qualche caso i partiti collaboravano e conducevano il governo assieme, la maggior parte delle volte, quando uno dei due prevaleva, i pretendenti erano costretti ad abbandonare le città per non essere perseguitati. Nel 1287 in Toscana la maggior parte delle città era di fede Guelfa, solo Pisa aveva un governo Ghibellino. Ad Arezzo, però, l’anziano vescovo Guglielmino degli Ubertini, di antica stirpe feudale ed originalmente Guelfo, decise di allearsi con i Ghibellini. Assieme ad alcuni potentissimi signori del tempo, penetrò in città con l’inganno e ne cacciò tutti i Guelfi. A Firenze, invece, a quel tempo aveva un governo Guelfo e alla luce delle proteste dei fuoriusciti aretini, e anche al rischio che poteva venire da un alleanza tra Pisa ed Arezzo, decise di intraprendere la guerra contro i Ghibellini di Arezzo.

Per tutto il 1288 gli attriti delle due città rivali si fecero sempre più aspri, con scaramucce e guasti nei rispettivi territori. Questi scontri e l’impiego di ingenti risorse umane, fece prendere una decisione al consiglio Guelfo di Firenze, per porre la pace tra le due città. I fiorentini non erano vezzi al combattimento, non avevano grandi cavalieri e uomini d’arme con spiccate caratteristiche di combattimento, infatti in passato persero molti scontri campali, ma risolsero e vinsero grazie alle loro ricchezze portate in dote dal commercio e dal finanziamento delle loro banche. Il fiorino, la loro moneta valeva un agguerrito esercito. Pronti a corrompere chiunque si fosse mostrato minaccioso con fini catastrofici per la città, il governo fiorentino non lesinava a corrompere chiunque con borse piene di fiorini, e scambi di castelli e territori. E così, un famoso e ricco mercante fiorentino, Vieri dei Cerchi, fu inviato a Bibbiena cittadina del casentino molto cara al vescovo degli Ubertini. La missione era segreta; corrompere Guglielmino e porre fine alla guerra. La missione sarebbe potuta andare a buon fine, ma ad Arezzo la trama segreta venne alla luce e il popolo volle uccidere il vescovo. Fu il nipote Guglielmo Pazzpo, a salvarlo da una fine quasi certa. Ormai al vecchio Guglielmino restava solo una strada: La guerra.

La discesa in Italia di Carlo II d’Angiò, re di Sicilia, fu motivo di giubilo, specie in Firenze. Il re di Sicilia infatti, soggiornando a Firenze, vi lasciò su richiesta del Comune un comandante di origine francese, Amerigo di Narbona, accompagnato da un “balio” (maestro d’arme) e da un cospicuo contingente di cavalieri. Carlo, detto lo Zoppo, permise inoltre al comune fiorentino di sventolare la bandiera degli Angiò durante la campagna militare. Forte di questi aiuti e di questi prestigiosi capitani, la Lega Guelfa si riunì per decidere come porre fine al problema aretino. Il dado fù tratto ai primi di giugno quando ormai non era più il problema di decidere di dare battaglia o meno, ma decidere quale via migliore fosse da intraprendere per invadere le terre nemiche. Fù decisa la via della consuma che attraversa montagne e foreste, e che sfocia in Casentino valle sotto il dominio della potente famiglia dei conti guidi, alleati dei ghibellini, che la più facile e piana via del Val D’Arno. l’esercito Della lega Guelfa si mise in marcia alle prime luci dell’alba, si trattava di un esercito di 12.000 uomini diecimila fanti e duemila cavalieri, nel consueto rapporto di 1 a 10 fra uomini montati e fanti tipico degli eserciti fra il duecento e trecento. La strada intrapresa dai Guelfi, colse si sorpresa i ghibellini ad Arezzo. In fretta e furia il vescovo degli Ubertini chiamò a raccolta l’Oste ghibellina dai tutte le terre del contado dei suoi castelli, e da tutte le cittadine sue alleate. Il vescovo e i suoi alleati riuscirono a radunare un esercito di circa 8.000 uomini, di cui 800 cavalieri la vera elitè dell’esercito ghibellino. Infatti la qualità della cavalleria ghibellina era maggiore in qualità di quella Guelfa sotto ogni aspetto, formata dai migliori cavalieri e capitani dell’epoca vantava una tradizione di guerra feudale potentissima e a quel tempo la cavalleria in un campo di battaglia poteva fare ancora la differenza.

All’alba dell’11 giugno 1289, un afoso sabato dedicato a San Barnaba, i circa 20.000 uomini convenuti per scannarsi a vicenda dovettero ascoltare la messa, in molti confessati, in tantissimi ad avere paura. Tutti, vecchi e giovani ( si era infatti arruolati dai 14 a 70 anni), avevano la consapevolezza del rischio di lasciare la propria vita in quella valle lambita dall’Arno, baciata dal Sole che sorgeva appena là, sopra il monte della Verna dove San Francesco aveva ricevuto pochi decenni prima le stigmate. I guelfi osservavano l’Oste dei Ghibellini schierati sui campi e le colline fra Poppi e il monastero di Certomondo dove si era arroccata la riserva dell’esercito guidata in persona dal conte Guido Novello signore di quelle contrade. I fiorentini che la sera prima entrarono nella piana sciamando ordinati da Borgo alla collina e dalla valle del Solano inerpicandosi tra la Val di Sieve e il Casentino, si accamparono ai bordi della piana, per poi schierarsi poco prima dell’alba in una formazione a tenaglia con a lato il fiume Arno, prediligendo uno schieramento difensivo più che offensivo.

I ghibellini, per lo più membri di nobili famiglie di antico casato, si schierarono in modo consueto, Erano molto legati alla tradizione cavalleresca, poco avvezzi alle trasformazioni sociali che invece andavano travolgendo Firenze, più aperta ai commerci e agli influssi esterni. Davanti a tutti schierarono dodici valenti cavalieri che si facevano chiamare “i paladini”. Poi una potente schiera di cavalleria, subito seguita da un altra. La cavalleria dei ghibellina era comandata dai due valenti cavalieri: Buonconte da Montefeltro, e Guglielmo Pazzo, nipote del vescovo degli Ubertini. Proprio sulla potenza ed efficiente cavalleria, l’esercito Ghibellino puntava sulla vittoria del più numeroso esercito nemico. Molti quel dì, che erano stimati di grande prodezza, furono vili; e molti, di cui non si parlava, furon stimati. In un ancorato appello Guglielmino Pazzo convinse il vecchio zio a scambiarsi i colori dell’arme., perchè ciò traesse in inganno il nemico, e coloro che inseguivano il vescovo per ucciderlo in realtà inseguivano il nipote e viceversa. E fu così che gli Ubertini ebbero in battaglia i colori della casata dei Pazzi il decussato rosso e oro, mentre i Pazzi i si fregiarono dell’arme degli Ubertini il leone rosso in campo oro. 

Quando il vescovo giunse nel capo di battaglia e vide lo schieramento nemico ed essendo un po’ miope chiese: A che città appartengono quelle mura? Gli fu risposto: ” Sono i gli scudi dei nemici”. In effetti, i Guelfi avevano disposto ai lati dell’esercito due enormi ali di “Pavesari”, ovvero enormi scudi alti un metro e mezzo circa che fungevano da protezione a picchieri e balestrieri.

L’inizio delle battaglie a quell’epoca era come una specie di torneo, la prima schiera davanti ad entrambi gli eserciti era formata da cavalieri pronti alla carica detti “feditori”; questi cavalieri erano scelti tra i cadetti  e tra i più rappresentativi tra le nobili casate, ed avevano il compito di dare inizio alla battaglia. Tra i feditori dell’esercito Guelfo a Campaldino vi erano nomi celebri, come Dante Alighieri, all’epoca un ignoto poeta di 24 anni, che ancora forse neppure pensava di scrivere la sua famosa Divina Commedia. Tra le schiere dei senesi alleati vi era un altro celebre e ancora sconosciuto poeta: Cecco  Angiolieri. dietro la schiera dei Feditori seguiva il grosso della cavalleria e fanteria. Al centro sventolavano i vessilli di Firenze e Di Carlo d’Angiò i gigli dorati di Francia in campo azzurro. Sotto ad essi combattevano il giovane Amerigo di Narbona e i mercenari francesi, accanto al balio Guglielmo di Durfort. Venivano poi tutti i fanti, e le salmerie, costituite dalle migliaia di muli che avevano accompagnato l’esercito nella lunga marcia da Firenze e che ora venivano sistemati come una barriera per frenare la carica nemica. anche i Guelfi  decisero di lasciare delle truppe di riserva. Esse erano costituite dai contingenti mandati da Lucca e Pistoia, e il loro comando fu affidato al cavaliere fiorentino Corso Donati podestà di Pistoia.

                                plastico della battaglia all’interno del castello di Poppi (AR)

Dopo il primo scontro tra i feditori dei due schieramenti, la cavalleria Ghibellina al grido di San Donato cavaliere! Mossero all’attacco. I Guelfi risposero con il grido : Narbona cavaliere! preparandosi a ricevere l’urto di oltre 600 cavalieri. l’impatto fù tremendo. tanto che tutta la schiera Guelfa rinculò fino alle salmerie. una volta rotte le lunghe lance, i cavalieri furono impegnati in un durissimo corpo a corpo con le spade, asce e mazze. La giornata era afosa e la polvere sollevata era tantissima. Amerigo di Narbona fu ferito al volto, il suo balio, Guglielmo di Durfort colpito a morte da un colpo di balestra. In un primo momento sembrò che la carica Ghibellina avesse avuto successo. Ma in realtà le salmerie avevano retto bene la spinta di Buonconte e di Guglielmo Pazzo. A questo punto la tattica dei Guelfi fu chiara a tutti: le due ali formate dai palvesi  si serrarono come una tenaglia sui Ghibellini, che rimasero chiusi in una morsa. Corso Donati che sarebbe dovuto intervenire con la sua riserva solo in caso di pericolo pena la morte, volle fare di testa sua e si gettò nella mischia con i suoi, facendo sbandare ulteriormente i Ghibellini. l’unico che forse avrebbe potuto liberare da quella morsa fatale i Ghibellini era Guido Novello. Ma il conte non solo non mosse verso il campo, la battaglia, ma ripiegò con ordine rientrando con tutte le sue schiero al sicuro dietro le mura del suo castello posto poco distante sopra la collina di Poppi che dominava la piana di Campaldino.  Non sapremo mai il perchè di questo gesto di grave tradimento. Alcuni dicono che fù comprato segretamente dai fiorentini, altri, visto era superstizioso, sembra che avesse dato retta al suo astrologo di fiducia Guido Bonatti che lesse le stelle con nefasti presagi. Quale sia stata la verità su questo vile atto di tradimento non si saprà mai, stà di fatto che Guido Novello dei conti Guidi preferì ritirarsi senza dare colpo di spada. La battaglia per i Ghibellini era perduta. quando la bandiera dell’aquila imperiale venne catturata, tra le fila ghibelline scoppiò il panico. Alcuni si gettavano sotto i ventri dei cavalli e con un coltellaccio li sbudellavano, in modo da disarcionare il cavaliere per poi finirlo a terra.

Ma ciò non bastò a risollevare le sorti della battaglia. Nella morsa rimasero intrappolati tutti i comandanti Ghibellini, tra i quali: Buonconte di Montefeltro, Guglielmo de Pazzi del Valdarno e suo zio l’anziano vescovo Ubertini, e molti dei fuoriusciti fiorentini: Gli Uberti, i Fifanti, gli Abati, e i Lamberti. Morirono circa 1700 Ghibellini e 2000 furono catturati e portati a languire se non riscattati nelle prigioni di Firenze.

Memorie di un soldato aretino ghibellino 1290.

Angosciose albe induriscono i cuori e gli animi degli aretini sin dal giorno della nefasta sconfitta presso il contado di Certomondo, a piè del casentino, feudo dei codardi conti Guidi. Ne fu sollievo l’eroica resistenza poche settimane dopo la battaglia di respingere l’odiato nemico giunto baldanzoso e in forze sotto le turrite mura della nobile urbe di Arretium. Troppe sofferenze, privazioni, lutti, pene e tribolazioni indicibili.  Ma soprattutto un dubbio, un pensiero latente che come un tarlo rode l’animo aretino: Tradimento! Oh se fosse vero!  Il dubbio si tramuta in rabbia, la rabbia in vendetta, la frustrazione in pace. O cuor mio rifiuta tale ripugnante dubbio! Perché se fosse vero che non si dissipi mai la speranza in una punizione, una vendetta, se tale dubbio fosse foriero di sicura verità, può solo pacificarsi con un pegno di sangue. Io c’ero. Io vidi, noi tutti vedemmo e udimmo nel canglore  della battaglia le schiere del conte muoversi sotto gli ordini gridati dai sergenti e i capitani. Una fiamma ci accese l’animo inondando di speranza i nostri cuori. I Guidi si muovono! Gridavano da più parti i compagni d’arme vedendo la schiere del conte spostarsi dal piè fermo sopra la bassa collina di Certomondo. Animo compagni! Già il vescovo con i suoi si è gettato nella mischia e ci incita da tergo! Avevo già sbudellato il terzo cavallo e ucciso l’altezzoso cavaliere che lo montava.  Già le mani lorde di sangue teneano stretto il manico del lungo coltellaccio che con infima misericordia forava la gola del nemico tra la spalla e l’usbergo. Nandino, sempre a mio fianco, scannava la bestia con la roncola, io finivo l’uomo che la montava. Serviva tutto questo orrore e coraggio a far pendere a nostro favore l’esito dello scontro? No. Quando mi voltai di nuovo verso la collina la vidi vuota. Che il conte si sia gettato nella mischia ? Ma un dubbio mi assalì: Nessuna insegna del conte  Guido Novello garriva sopra il campo di battaglia, nessun cavaliere,  fante,  o villano si notava tra la polvere e le grida della pugna. Non ci volevo credere. Il signore di Poppi e Modigliana ha lasciato il campo? E così facendo ha tradito la causa ghibellina, il giuramento fatto, e il popolo aretino tutto. No, non è possibile. Scaccia via tali vili e meschini pensieri anima mia! Nessun nobile signore di antica stirpe come si fregia il conte può oltraggiare e macchiare con disonore e viltà il suo onore, la causa, e la cavalleria. No, non è possibile. Se così fosse, non cè castella o luogo che lo possano nascondere, o difendere dalla sua spregevole condotta, e il suo grave tradimento. E allora  sia maledetto lui, la sua casa che si erge maestosa sopra il colle qui vicino, e il sangue dei fieri ghibellini che macchia questa infausta piana ricada su di lui, le sue terre e le sue rocche, sopra i suoi vassalli, e i sui figli. Che la sua discendenza sia sterile e la sua stirpe sozza sopra la Terra, e che l’eco delle grida dei morti traditi tormentino la sua anima fino al cospetto di Caronte. I lucchesi! I lucchesi! A quelle grida mi destai dai miei pensieri e dalle ingiurie. Cercai con lo sguardo di afferrare cosa stesse succedendo, chi grida questi infausti allarmi? Ahimè poveri noi, le grida diecean il vero! E i mie occhi confermavano l’orrore che stava arrivando  da dove invece doveva arrivare la salvezza! Non i vessilli e le insegne del leone decussato bianco e rosso del conte vedevano i miei occhi arrivare d’improvviso in mezzo a noi, ma le insegne a scacchi dei lucchesi, e i bipartiti pistoiesi! La riserva del nemico, non la nostra schiera si era portata nel mezzo dello scontro! La riserva dell’Oste guelfa comandata dal perfido sanguinario Corso Donati si era gettata con spregevole disonore nella mischia come i cani ringhiano e mordono l’ormai moribondo cinghiale. La strage ebbe inizio…..  pedoni, feriti, e moribondi ormai senza difesa della cavalleria, stanchi, impauriti, e pochi di numero al cospetto del soverchiante nemico, cadevano senza speranza. Le milizie e le masnade lucchesi e pistoiesi di Corso Donati uomini montati con poca fanteria, freschi per aver sostato per tutto il tempo dello scontro, frementi di pugnar sin dall’inizio,  scelsero il miglior momento per gettarsi nella mischia. Imbelli caproni, traggono il coraggio nel numero, non nel loro animo! Ci vennero addosso come un fiume in piena; Ci colpirono da costa e da tergo senza nessuna pietà! Il loro signore li incitava come un demone. Quel maledetto figlio di una scrofa fiorentina! Podestà di Pistoia e tra i più acerrimi nemici della taglia guelfa di Toscana, maledetto e ingiuriato persino dai suoi. Oh cuor mio, dai coraggio alle mie membra in un così cupo destino, sorreggimi anima mia che in questo luogo maledetto non ne esco in carne ed ossa. E tu buon San Donato prendi per mano la mia anima e guidala con misericordia e umiltà dal giudice dei giudici nostro Signore, liberami dal peccato da chi ho ucciso per non essere ucciso, riscatta la mia anima per un corpo lordo di un peccato imposto.  Invece a te, mio buon Dio, lascio il destino di tale giorno……………..angosciose albe induriscono i cuori degli aretini……………

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