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Quando pensiamo a Venezia inevitabilmente vediamo l’immagine ovvia dei canali, di gondole, e barche che percorrono le vene della città con passo indolente.


Una città unica al mondo, uscita quasi per incanto dalle acque che le donarono poi la sua grandezza grazie alla profonda conoscenza delle sue lagune alla sua flotta invincibile e ognipresente nel Mediterraneo.

Ma non fu sempre così. Anzi ci fu un periodo in cui a Venezia si girava a cavallo o in carrozza come in qualsiasi altra città.

Facciamo qualche passo indietro…

i fondatori di questa unione di isole non hanno trovato subito il terreno facile per la sistemazione, hanno dovuto con industria, creatività e fatica combattere le forze della natura. Arginarono paludi,convogliarono le acque, fermarono le sponde delle isole con alghe e con canne per crearsi quello spazio vitale.

I collegamenti tra le isole in principio furono assicurati con l’unico mezzo che s’addice nell’acqua, la barca. Con questa sorge la città, sorge Venezia gradualmente, portata quasi palmo a palmo, le pietre, i marmi, le travi, le fondamenta dei palazzi sono tutti materiali portati con imbarcazioni.

È bene ricordare che gli abitanti non solo si costruirono la casa per sé ma anche quella per la barca, che si chiamò cavana (da scavare – piccola darsena).

Questo vocabolo lo troviamo ben spiegato ed illustrato da Tommaseo Temanza, architetto ed ingegnere della Serenissima Repubblica di Venezia nella “Dissertazione topografico-storico-critica” del 1781, analisi e studio su una pianta di Venezia del XIV secolo di Fra Paolino Minorita da Venezia.

Tra l’altro scrive : “Si sa che per Cavana s’intende una capannuccia nel mezzo dell’acqua con tetto e chiusa intorno su tre lati, onde pel quarto che resta aperto, e spalancato possino entrare e riffugirsi le barche che vengono colte da improvvisa burrasca. Io sono persuaso che la maggior parte delle isole sparse sulla laguna tragga origine da quelle Cavane. Infatti sulla punto del Canale Orfanovi era una capannuccia sopra la quale stava scritto Cavana. Ora in quel sito c’è la Chiesa e l’Eremo di San Clemente.”

Tesi alquanto discutibile. Poi sarà un ospedale.

La barca ebbe nel tempo moltissime trasformazioni e prenderà anche diversi appellativi.

La varietà di dimensioni e di proporzioni andrà dalla comune barca a quella da pesca, alla nave.

Erano mezzi utili e necessari per il ritmo di vita in quelle isole; la pesca, il trasporto e la difesa erano le principali attività.

Così i veneziani si sono costruiti una flotta di navi e barche da esser portati ad esempio ed essere interpellati per il trasporto di cose e uomini. Lo conferma nel VI sec. La famosa lettera ai Tribuni marittimi veneziani di Cassiodoro, amico e ministro del re dei Goti, Teodorico. Cassiodoro con questa lettera tra l’altro ci dimostra quanto i veneziani fossero abili nel condurre le barche contro le correnti dei fiumi,e coraggiosi navigatori del mare. Li esorta a trasportare con le loro navi olio e vino dall’Istria a Ravenna.

Moltissimi sono gli esempi e fatti storici che raccontano le gesta e le imprese marinaresche dei primi abitatori di Venezia, ne citeremo qualcuno che indica quanto sia stato importante il mezzo acqueo. Un esempio che spesso viene ricordato, in quanto si associa la nascita di Venezia alle invasioni barbariche, è quello di Narsete inviato in Italia nel 552 dell’imperatore Giustiniano per combattere Totila, che era giunto alle porte di Aquileia. Egli trovò tagliate le strade e allagamenti nel territorio di Padova di Verona, di Adria fino al Po quindi non gli rimaneva che la via del mare. Narsete però non possedeva barche e navi per assalire di fianco, allora ricorse ai veneziani affinché fornissero i mezzi per trasportare l’esercito. I tribuni marittimi concessero le navi e le barche così Narsete liberò la città di Ancona sconfiggendo l’esercito di Totila.

È da ricordare ancora che il 2 febbraio 943 fu vinto ed ucciso nell’estuario di Caorle da allora denominato Porto delle Donzelle Gaiolo pirata istriano che spesso rapiva e rivendeva come schiave donne e uomini di Venezia. Fu vinto dai veneziani indignati per il continuo ripetersi di tali episodi criminali accorsi con le loro barche con a capo il doge Pietro Candiano III. Da questo avvenimento storico si istituì a ricordo la festa delle Marie e non come è stato tramandato dalla nota popolare leggenda che indica quale luogo del rapimento delle spose la chiesa di San Pietro di Castello allora isola di Olivolo.

Si potrebbe citare altri ed importanti esempi per quanto riguarda le imprese sorte sul mare e sulle lagune con le imbarcazioni ma ci allontaneremmo dall’argomento scelto. Vogliate perdonarci questi brevi accenni a testimonianza di quanto la barca sia stata da sempre la colonna portante della città.

Intanto Venezia si consolida con il trasferimento della sede ducale da Malamocco a Rialto (813).

La barca senza chiglia leggera correva nei riii e trasportava materiale da un’isola all’altra, i barcaioli si destreggiavano con i remi tra i piccoli canali.

Gli abitanti però considerando il costo di ogni trasferimento tutto a beneficio dei conducenti dei natanti ben pensarono di costruire i primi ponti di legno come collegamento delle varie comunità.

Qualche storico scrive che il primo ponte fu un seguito di barche e di zattere rese stabili per la maggiore affluenza di viandanti e le prime costruzioni di ponti in legno dovettero essere nella laguna superiore cioè fra gli isolotti delle prime grandi isole abitate dei fuggitivi di Padova e di Altino. Molti ponti in legno erano levatoi sia per comodità del passaggio di grossi burchi o navigli sia per sicurezza delle stesse contrade in cui spesso la salvaguardia individuale era difficile in balia dei ladroni e degli sgherri. Furono trovate fondazioni di ponti a Jesolo Torcello e a Murano, forse furono colà costruiti i primi ponti.

Il ponte a Venezia nacque come succedaneo del traghetto e cominciò a riunire i piccoli canali interni. Le prime strutture si completarono tra il IX e XIV secolo. Il Galliccioli nelle “Memorie Venete” dice “I ponti furono fatti da principio di legno e i più dei cronisti ciò notarono nell’anno 813

(ndr appena cioè trasferita la sede ducale a Rialto). Erano fatti al di presso come quelli i quali si vedono in campagna cioè sovra pali, piani o poco arcuati e senza gradini al fine di poter comodamente cavalcare per tutto”

Infatti si andava a cavallo. Trasportavano materiali e uomini con carri trainati da buoi muli e cavalli Troviamo negli atti della Repubblica Veneta una legge del 1291 che stabiliva l’interdizione di cavalcare in certe ore verso Piazza San Marco specialmente al mattino. I cavalieri che fossero pervenuti a S. Salvador cavalcando dovevano lasciare il cavallo per recarsi a piedi per le mercerie a S. Marco; era infatti proibito cavalcare nelle mercerie. Un’ altra legge del 1359 poi stabiliva che era permesso il cavalcare in Rialto ma vietava di correre a cavallo sotto pena di lire tre.

Fino al 1279 si poteva sentire a Venezia il rintocco di una campana molto particolare, detta la trottera, dal trotto degli animali, che invitava i Consiglieri e i Senatori alla riunione del Consiglio, e veniva loro pagata una somma la muletta, denominata così in quanto potevano utilizzare il dorso di una mula per arrivare all’incontro. Anche il Doge aveva una splendida scuderia per girare intorno alla Piazza San Marco o recarsi a Rialto o alle sedi dei Magistrati. Si racconta che il doge Michele Steno possedesse la scuderia migliore d’Italia. Solennissima fu nel 1444 la giostra in onore delle nozze di Jacopo Foscari e Lucrezia Contarini con tanto di corteo a cavallo da San Barnaba a San Marco.

Intanto però il numero di abitanti cresceva e si resero necessarie riflessioni di tipo logistico per il trasporto di materiali e persone. Il mantenimento e la tenuta di cavalli e carrozze veniva ad incidere in modo significativo sull’economia dei singoli e della comunità. Così queste riflessioni riportarono alla luce un mezzo più pratico ed economico, dimenticato per troppo tempo.

Fu necessario oltretutto ricorrere al trasporto marittimo quando la città venne selciata e lastricata; si iniziò da Piazza San Marco nel 1265, si continuò da San Marco a Rialto nel 1272 e il rimanente entro il 1676. E durante questi lavori vennero anche convertiti la maggior parte dei ponti di legno nei ponti che siamo abituati a vedere ora, in pietra e a gradini. Tutto ciò ci viene confermato da B. Cecchetti nella Vita dei Veneziani fino al sec XIII, e aggiunge anche che il primo ponte di pietra fu quello di San Zaccaria nel 1170.

Nel XIII secolo molti erano già in pietra, compreso quello della Paglia, ma un diligente cronista scrive che la maggior parte fu fatta nei secoli XV,XVI e XVII, infatti gli anni che vanno dal 1450 al 1650 sono i più significativi per le costruzioni della Stato veneto: chiese, palazzi, fortificazioni e ponti..

 

La prima pietra del Ponte di Rialto fu posta il 9 giugno 1588, fino ad allora era in legno.

Fu rifatto molte volte, ai lati vi erano gallerie occupate da botteghe e in mezzo era levatoio.

Ai primi di settembre del 1590 si cominciò a camminarvi sopra.

Il ponte di pietra comunque allontanò gradualmente e definitivamente il cavallo da Venezia, a fronte anche dell’aumento della popolazione, della conseguente riduzione degli spazi a causa dell’infittirsi delle case e delle calli sempre più strette. L’idea dei gradini in pietra e dei parapetti traforati venne da quelle case che con scale esterne a poggioli si vedono ancora in alcuni cortili della città e in giro per il Veneto. Molti ponti poi ripetono lo stile dei palazzi vicini o confinanti, soprattutto nelle colonnine. Per costruire un ponte era necessaria la licenza del Magistrato e i costruttori o i proprietari spesso ci scolpivano ben visibili le loro insegne, stemmi o anche il loro santo protettore, a memoria futura.

Ciò permise alla barca di riprendersi sempre più il suo ruolo primario nei trasporti veneziani.

E la città si avviava a prendere sempre più le fattezze che oggi la identificano nel mondo.

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