Sahifa fully responsive WordPress News, Magazine, Newspaper, and blog ThemeForest one of the most versatile website themes in the world.

EPICA AL FEMMINILE

Il genere epico risale al greco antico “epos”che significa parola, racconto, e trova espressione in un componimento narrativo la cui forma metrica è l’esametro, verso standard per la letteratura greca e latina classica. Il testo epico narra vicende del passato attingendo a piene mani al bagaglio mitologico, per dare nobiltà alla narrazione ed esaltare il coraggio, la lealtà e la forza di uomini e popoli.

Sin dall’antichità il genere epico fece riferimento al poeta greco Omero, autore di due poemi da collocare nel cosidetto medioevo ellenistico (secc. IX-VIII a.C.):L’Iliade e L’Odissea. (Tralasceremo in questa sede di approfondire la cosiddetta questione omerica.)

Ulisse e le Sirene, Anfora attica a figure rosse (480-470 a.C.), British Museum, Londra, Gran Bretagna

Si considera che dai poemi omerici abbia avuto inizio la storia della letteratura occidentale e che essi presuppongano una tradizione poetica anteriore, di cui però a noi non è giunto nulla; verosimilmente si tratta del Ciclo troiano, un complesso di opere tramandate oralmente che trattano la guerra, la caduta di Troia, ed infine i viaggi di ritorno dei capi achei e di Odisseo. 

A Roma il genere epico continuò con la traduzione dell’ Odissea di Livio Andronico e nella celebrazione della materia nazionale da parte di Nevio nel suo Bellum Punicum, anche se il poema più rappresentativo dell’epica latina è certamente l’Eneide scritto nel I sec.a.c. dal poeta e filosofo Virgilio che racconta la leggendaria storia di Enea, un principe troiano fuggito dalla città conquistata dai greci e arrivato in Italia, dove diventa il precursore del popolo romano. Il poeta latino celebra i motivi ideali e le qualità morali che avevano contribuito alla costituzione dell’ impero di Roma, e la presunta discendenza divina della gens Giulia, famiglia a cui apparteneva l’imperatore romano Augusto assolvendo così la funzione encomiastica e politica di questo genere letterario. Nell’ XI secolo in Francia assistiamo a un cambiamento di stile con le chansons de geste, canti epici anonimi che celebrano i protagonisti delle lotte feudali, e le vittorie della Francia cristiana sul mondo islamico. Di queste canzoni la più famosa è la Chanson de Roland che si ispira alle imprese di Carlo Magno e dei suoi paladini contro gli infedeli. Si tratta di una materia storica, mitizzata e trasfigurata: l’impresa di Carlo Magno contro i mori mussulmani di Spagna nell’anno 778, conclusa con la disfatta della retroguardia nel passaggio dei Pirenei,a Roncisvalle. La rielaborazione poetica e romanzesca della storia dà certamente risalto ai valori nei quali si riconosceva la Francia feudale e monarchica, guerresca e cristiana dell’XI secolo: l’assoluto rapporto di fedelta dovuto dal vassallo al suo signore, il senso dell’onore cavalleresco e la santità della crociata contro gli infedeli. Quando poi nel XVI secolo gli ideali e le condizioni di vita feudale e signorile, a cui si erano ispirati i poemi cavallereschi, apparvero ormai superati, il genere epico si rinnovò nel poema eroico, che non volle essere un segnale di guerra, quanto piuttosto l’espressione di un’interesse a trattare un argomento vivo nella ideologia religiosa del secolo, quale la difesa e l’espansione del cattolicesimo attraverso le spedizioni dei crociati in Oriente; un genere epico che ebbe come modello di riferimento la Gerusalemme liberata. poema eroico sulla prima crociata di Torquato Tasso.

Torquato Tasso – Gerusalemme liberata. 2 Bde. 1760

L’elaborazione di quest’opera impegnò a lungo la coscienza artistica del poeta che dovette misurarsi con i problemi sollevati dalle discussioni sulla regolarità dei generi letterari per cui sul modello della Poetica di Aristotele si stabilì che il genere epico avrebbe dovuto caratterizzarsi per la sostenutezza del tono linguistico, l’unità d’azione e la centralità dell’eroe protagonista. Nel Seicento il costante esercizio del poema epico di argomento storico-religioso venne quindi giustificato dagli epigoni di Torquato Tasso che si fecero convenzionalmente sostenitori di conclamati programmi di riforma dei costumi e di rafforzamento dell’ortodossia religiosa, in sintonia con l’imperante ideologia controriformista. Tra questi scrittori si segnala la poetessa Lucrezia Marinelli autrice di poemi di contenuto religioso e profano, ed infine di un poema eroico. Le notizie biografiche di cui disponiamo oggi ci sono state tramandate da Girolamo Tiraboschi, erudito modenese chiamato nel 1770 dal Duca di Modena Francesco III d’Este a dirigere la Biblioteca estense. Egli ci riferisce di aver letto l’atto di morte della poetessa, registrato nella chiesa parrocchiale di San Pantaleone a Venezia, che: “la Clarissima Signora Lucrezia Marinelli, moglie dell’Eccellentissimo Girolamo Vacca, morì all’età di ottantadue anni di febbre quartana il 9 Ottobre 1653.”

Lucrezia Marinelli

Dunque è da questa testimonianza che il Tiraboschi colloca la nascita della poetessa nel 1571 a Venezia, città che in occasione della morte le dedicò un’iscrizione conservata nella chiesa di San Pantaleone, che ne riconobbe la fama in ogni genere di scienze come dimostrano le moltissime opere edite.

Da queste testimonianze possiamo pensare che Lucrezia Marinelli trascorse la sua vita a Venezia dove si affermò pubblicamente durante una sua lezione nella Libreria della Serenissima Signoria di Venezia, anche se ciò non toglie il forte legame che ella mantenne con il ducato di Modena dov’era nato il padre Giovanni Marinelli, medico e filosofo molto apprezzato dalla famiglia estense. Se pensiamo poi che, a motivo della dominante cultura controriformista, non esistevano scuole accessibili alle donne, possiamo credere che solo una condizione privilegiata favorì Lucrezia; il fatto che la poetessa si sia sposata in tarda età le avrebbe dunque permesso di studiare e ricevere gli insegnamenti del padre umanista che la stimolò allo studio di Aristotele. La prima opera di Lucrezia Marinelli si intitola La colomba sacra, un poema eroico in ottava rima sulla vita della vergine martire Colomba, esemplare figura di eroina cristiana. con dedica alla moglie del duca di Ferrara Alfonso d’Este, e a seguire un poema dedicato alla vita di Maria Vergine Imperatrice dell’Universo.

Il maggior esempio di vita eroica cristiana è indicato dalla poetessa nel poema in ottava rima La Vita del serafico et glorioso Francesco, pubblicato a Firenze nel 1606 e a Padova nel 1642, con l’aggiunta della vita di santa Chiara. L’editore Crivellari di fronte alla meraviglia dei lettori giustificò la scelta di aver pubblicato quest’opera, posteriore al poema eroico , affermando che i meriti di questi due santi sono tanti e tali che non si potrà mai scriverne a sufficienza e perciò Lucrezia Marinelli ha voluto delinearli filosoficamente invitando i suoi lettori a spogliarsi dei loro abititi tristi e trasformare una vita mondana ed oziosa in vita esemplare e contemplativa. Lo stesso messaggio è contenuto nalla favola mitologica Amore Innamorato et Impazzato preceduta da una Allegoria del poema in cui la Marinelli richiama il concetto platonico secondo cui nell’uomo in quanto animale perfetto coesistono la Ragione, la Concupiscenza e la Irrascibilità. Attraverso la mitologia la poetesa descrive la battaglia tra Ersilia ovvero la Rragione, Cupido ovvero la Concupiscemza, Iridio ovvero la Irascibilità., e termina con l’allegoria dell’anima cristana di Ersilia che, stanca dei richiami di Cupido, si spoglia dei panni mondani e si ritira a vita solitaria nei boschi.

Di argomento profano è anche un’opera alla quale è maggiormente legata la fama della Marinelli Le nobilta et eccellenze delle donno’ difetti mancamenti degli uomini, stampata nel 1600. In questo trattato la poetessa afferma la superiorità delle donne rispetto a quella degli uomini attraverso un ricchissimo catalogo di esempi di donne illustri della storia che si distinsero in ambito filosofico e poetico, e richiama il patrimonio della lirica amorosa petrarchista per delineare un ritratto idealizzato dell’eccellenza femminile, giustificando così la legittima rivendicazione di un diverso ruolo della donna nella società e la sua valorizzazione come soggetto attivo in ambiti da sempre riservati agli uomini.

È probabile che sulla Marinelli agissero forti interessi del padre Giovanni che si era espresseo a proposito della querelle de femmes avviatasi a partire dal 1580 con la pubblicazione di una serie di opere provocatoriamente misogine. Lucrezia Marinelli abbandonò la propria attività letteraria solo pochi anni prima della sua morte dopo aver portato a compimento la sua ultima e maggiore fatica letteraria: un poema eroico in cui l’azione di un valoroso capitano potesse nobilitare la natura di uno stile, che, dopo La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, aveva incominciato a mostrare segnali di un’ormai trascorsa fortuna.

Iniziò così la stesura dell’Enrico ovvero Bisanzio acquistato che ha per argomento la Quarta crociata invocata nel 1198 da papa Innocenzo III per la riconquista di Gerusalemme, allora in mano alla dinastia curdo-mussulmana che governava Siria ed Egitto.All’appello risposero alcuni nobili della Francia che nominarono loro capo Bonifacio I del Monferrato. Egli, avendo deciso di invadere l’Egitto per via mare, negoziò un compromesso con il doge di Venezia Enrico Dandolo: in cambio della loro flotta i veneziani avrebbero partecipato all’impresa e il doge avrebbe assunto il comando della spedizione. Il doge accettò la proposta ispirato da sentimento religioso.che, come tradizione della Repubblica di Venezia, non sottovalutò comunque l’interesse di allargare i propri commerci e domini in Oriente; egli infatti si avvalse di giustificati pretesti per deviare la spedizione verso Costantinopoli, espugnarla e conquistarla, ed infine ottenere la sottomissione dell’ impero d’Oriente. La narrazione epica è classicamente anticipata da un proemio, in cui la poetessa si dichiara fedele ai Discorsi del poema epico rielaborati nel 1594 da Torquato Tasso. Il poeta aveva cercato di conciliare la libertà di immaginazione con la realtà storica, a cui pareva che, in conformità degli esempi classici, si dovesse conformare un vero e proprio poema epico: quindi la materia deve essere storica, ma non molto remota né così recente che non possano introdurvisi elementi tratti dalla immaginazione; infine per conciliare l’unità della favola, prescritta da Aristotele, con la molteplicità degli episodi, il poeta propone la poetica della varietà, che consiste nel congiungere all’azione principale numerosi episodi legati con quella. Vedremo come questi insegnamenti siano stati osservati dalla Marinelli sin dalla scelta di dedicare il poema eroico al doge odierno Francesco Erizzo affinchè le trascorse gesta di Enrico Dandolo, potessero essere emulate per una rinnovata grandezza della Repubblica di Venezia.; una decisione conforne alla concezione etico-pedacgogica dell’arte per cui la poesia deve trasmettere e persuadere alla verità che può essere resa appetibile solo dal diletto estetico. Affrontate dunque questioni di arte poetica la Marinelli può iniziare il racconto in un contesto di generale letizia dei crociati in partenza verso Gerusalemme a cui si unisce la partecipata gratitudine della natura che non geme, pur sotto i colpi dei fabbri che abbattono i suoi alberi per costruire le navi.Con questa immagine la poetessa avverte i lettori che, pur formando il poema secondo la poetica di Aristotele, non si è allontanata dagli insegnamenti del poeta greco Omero considerato vera idea della poesia eroica.

La flotta è ormai pronta a partire verso Gerusalemme quando sopraggiunge uche in un grave impedimento che la poetessa, modificando la storia e tralasciando il saccheggio e la conquita di Zara, riferisce essere l’invocazione del principe di Costantinopoli Alessio IV, figlio dell’imperatocrore Isacco II detronizzato e tenuto prigioniero dal figlio AlessioV.

Alessio IV propone dunque ai crociati di collaborare a liberare e ristabilire sul trono suo padre e promette in cambio il denaro richiesto loro dal doge Dandolo, e accordi mercantili favorevoli a Venezia. La flotta entra quindi vittoriosa nel porto di Costantinopoli e libera e ristabilisce sul trono il legittimo imperatore Isacco.

Il popolo greco però non accoglie di buon grado le genti latine e inneggia contro di loro una rivolta cappeggiata da Alessio V in cui il fratello Alessio IV viene ucciso; un’ ingiustizia così grave da provocare lo sdegno personale del doge Dandolo che con occhi pieni d’ira pronuncia parole di aspra vendetta. Questa voce assume ora la forza di un comando dato ai condottieri latini i quali nel silenzio, interrotto da un mormorio sommesso, delegano ufficialmente il doge ad assumere la reggenza della flotta. Il racconto del giorno antecedente la battaglia ci svela ora il senso eroico del poema, definito in un sentimento corale di impeto gioioso che anima i guerrieri latini incitati dal suono di una tromba a indossare le armi. La battaglia si conclude tragicamente per entrambi gli eserciti, e la poetessa allentando i toni epici accesi richiama i lettori a condividere il pianto dei guerrieri; gli stessi affetti umani non lasciano indifferente il capitano Enrico che ora come un pietoso amico dispone di condurre al sicuro nelle tende i feriti e come un padre amoroso, pur con il dolre nel cuore e timore per il futuro, li accarezza e rincuora. Finalmente al sopraggiungere della notte i guerrieri latini dimenticano nel sonno le loro pene; solo allora il capitano Enrico emette sospiri timorosi, se non che è richiamato da un’altro duce con parole che inneggiano il potere umano su qello del destino. La narrazione si proietta dunque sul campo dell’esercito greco dove viene inviato come spia il bel Giacinto che avanzaattraverso senza alcun timore di esere sorpreso dai nemici: egli non può che ascoltare lieto il pianto dei nemici per la morte di tanti cari eroi, ma subito la nobiltà d’animo dell’eroe latino non può esimerlo dal sosprirare di fronte a tale miseria.L’episodio si inserisce nel contesto eroico del poema con la saggia condotta dell’eroe latino testimone della diifficile situazione in cui si trovano i nemici. Nell’immaginario della poetessa dunque è la miseria del nemico a rendere fiducioso il capitano che ordina di rinforzare l’esercito di nuove milizie; un episodio che ci introduce nuovamente nella verità storica della battaglia. Ed è in tale contesto che si inerisce iinl motivo eroico della magnanimità drl capitano che rende lode a Dio per la vittoria dell’esercito latino; una lode che certamente oscura l’oggettività di quella tiepidezza religiosa di cui i crociati lo avrebbero accusato. É di nuovo la personale decisione del capitano che riceve il consenso degli altri duci: il Veniero si diriga a Cipro per chiamare nuovi eroi da condurre presso il campo latino. Un’altra partenza che allontana un eroe dal campo latino, com’era stato per Giacinto, ma con una destinazione che non è lo spazio epico, ma la leggendaria isola di Cipro. La nave latina trascinata dal vento entra nella mitica isola odorante di giardini fioriti e risuonante del canto degli uccelli. La poetessa non dimentica comunque l’ideale eroico e immagina il dialogo tra l’eroe Lucilio e la moglie Clelia che, pur sopraffatta dal pianto, cerca di trattenerlo dal partire per Costantinopoli e unirsi ai crociati latini; degna di un eroe è la risposta di Lucilio che invoca l’amata a condividerne il desiderio di farsi onore combattendo al fianco dei latini. La penna eroica della poetessa narra ora la rumorosa battaglia scatenata dal mare contro la virtù eroica di Lucilio che muore travolto dalle onde. In questa morte senza gloria si compie però il destino eroico di Clelia che recatasi presso la spiaggia trova il corpo esanime del marito su cui anch’ella si dà la morte. Durante queste vicende che esulano dal vero storico, a Costantinopoli procede l’azione epica con la vile fuga del nemico greco di fronte alla forza dei latini, accresciuta dalla magnanimità del capitano Enrico: egli rende grazie a Dio per questa vittoria e così oscura l’oggettività della tiepidezza religiosa per cui i crociati lo accusarono. In evidente contrasto la poetessa immagina che il principe greco Alessio, irato per la sconfitta subita, si affidi alle forze del mago Esone e così appicchi il fuoco alle navi dei latini.Le navi sono messe in salvo dagli eroi che posono approfittare dell’intervento del vento che spenge il fuoco; in tale coesione di forze umane e naturali trova ragionevole spiegazione il ringraziamento finale del capitano Enrico a Dio e ai suoi uomini per la conquista dell’impero di Costantinopoli. Si procede quindi alla spartizione delle sue terre tra Baldovino conte di Fiandra, eletto dai crociati imperatore latino di Costantinopoli, tra il marchese Bonifacio del Monferrato,comandante supremo della crociata, ed infine tra i principi e baroni franchi.. Nonostante tutto comunque la grande vincitrice di questa impresa risulta essere Venezia che ottiene le isole della Grecia ed i principali scali navali e così si assicura il monopolio dei traffici nel Mediterraneo orientale a discapito dei rivali genovesi .

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi