Sahifa fully responsive WordPress News, Magazine, Newspaper, and blog ThemeForest one of the most versatile website themes in the world.

Fino a pochi anni fa, con l’eccezione ottocentesca del Cattaneo, si insisteva ancora a chiamare ‘barbarica’ o ‘longobarda’ tutta una vasta produzione scultorea altomedioevale, dall’VIII al X sec, prevalentemente aniconica e caratterizzata dall’intreccio vimineo, la cui area si estende dalla Francia Meridionale alla Dalmazia comprendendo tutta l’Italia fino a Roma (plutei di S. Sabina 824c.) La critica odierna ha consolidato la tesi secondo cui i motivo di questo linguaggio escono dal grande magazzino tardo antico anche se frequenti sono i suggerimenti derivati dalla contemporanea scultura ornamentale bizantina che in questi secoli mostra una singolare predilezione per un’analoga astrazione geometrica (Zuliani 1974). Problematico resta invece il loro nesso col contesto storico, nesso che si vorrebbe spiegare come scelta politica contro la iconodulia da una parte e la iconoclastia dall’altra con una lieve predilezione per quest’ultima (Lorenzoni 1981). Tale scultura preromanica che è oggi uso chiamare in senso lato “carolingia” si manifesta anche nel Ducato di Venezia, territorio sotto la sovranità bizantina, oltre che nella decorazione delle zone più significative di edifici religiosi, nella grande produzione delle vere da pozzo , di gran lunga la più vasta e bella esistente di quel periodo. Purtroppo il gran patrimonio fu saccheggiato da un selvaggio mercato antiquario . La vera qui riprodotta opera del IX-X sec. si trova da circa 150 anni nel cortile di Ca’ Clary-Aldringer (sede del consolato francese) dove pervenne da una casa a S.Canzian ed è a quanto ci risulta l’unica rimasta a Venezia di questo genere.

 

Vere da pozzo.

L’elemento architettonico civile che più rappresenta Venezia e ne è spesso simbolo in immagini fotografiche, cartoline, dipinti è la vera da pozzo, cioè la balestra di protezione chiusa attorno al foro del pozzo. Essa venne realizzata dapprincipio per impedire, prima di tutto, che qualcuno potesse cadere accidentalmente nel pozzo, e poi per comodità di uso del pozzo stesso, potendo costituire un comodo appoggio quando vi si calava un secchio, con o senza l’ausilio di una carrucola. Spesso, nell’accezione popolare, si tende a confondere la vera con il pozzo vero e proprio, così come è abbastanza comune confondere il pozzo con la cisterna che fa da serbatoio per le acque piovane.

Col tempo e con l’evolversi del gusto architettonico, la vera è divenuta un elemento decorativo indispensabile che impreziosisce e costituisce in molti casi il fulcro dell’impostazione architettonica di cortili, piazze, chiostri, di castelli e palazzi nobiliari. Per la sua conformazione strutturale unica e per la capillarità della distribuzione abitativa Venezia offre una delle maggiori raccolte di vere cittadine, infatti possiamo ancor oggi ammirarne esempi in moltissimi angoli della città. Ovviamente i grandi palazzi nobiliari erano dotati di pozzi privati, dotati di vere bellissime ma ciò che a noi interessa maggiormente come simbolo cittadini sono invece i pozzi pubblici, quelli che rifornivano d’acqua tutti i comuni cittadini e che erano sottoposti a rigide regolamentazioni da parte della Serenissima.

Pubblici ovvero di pubblica ragione erano definiti durante la Repubblica Veneta quei pozzi curati direttamente dallo Stato a cui soprintendevano dal 1487 i Provveditori di Comun affiancati in tali mansioni dai provveditori alle acque e alla sanità. A questi pozzi erano addetti i piovani (parroci) che su essi esercitavano un assiduo controllo, i capicontrada che ne custodivano le chiavi e li aprivano due volte al giorno al suono della campana dei pozzi e i facchini degli stazii, cioè stazianti in punti fissi della città (nel 1727 erano circa 304), che accudivano alla loro pulizia. I fondi per la loro costruzione e manutenzione provenivano dall’appalto dei traghetti “da bezzo”, cioè a pagamento, sul Canal Grande. Due erano le corporazioni la cui attività era strettamente connessa coi pozzi, i pozzeri e gli acquaroli. I primi erano addetti allo scavo o a dir meglio alla costruzione dei pozzi, vale a dire della canna e del bacino di dotazione, ed erano costituiti da pochissime persone formanti un sottogruppo (colonnello) dell’arte dei mureri (muratori). Gli iscritti si dovevano costantemente tenere in contatto coi Provveditori di Comun ai quali dovevano riferire anche sui lavori eseguiti dai privati. L’altra parte, quella degli acquaroli provvedeva al rifornimento d’acqua dolce durante i periodi di siccità, operazione che veniva effettuata dai burchieri, iscritti alla loro scuola, i quali con grosse barche (burchi) attrezzate allo scopo attingevano l’acqua presso Fusina da un canale del Brenta, appositamente scavato nel XVI sec.e tenuto pulito, chiamato Seriola. Il gastaldo e i compagni degli acquaroli tra l’altro vigilavano affinché l’acqua dei pozzi pubblici non fosse usata dai barbieri, tintori, pittori, trippieri, pellicciai e soprattutto l’acqua dei pozzi esclusivi per i poveri non fosse venduta per le strade a bigolò, come era chiamato a Venezia il bastone ricurvo che si bilanciava sulle spalle appendendovi i due secchi all’estremità.

Similmente ai ponti pubblici tutte o quasi le vere da pozzo di pubblica ragione erano contrassegnate da uno o piu leoni marciani e in vari casi anche dagli stemmi dei tre provveditori di Comun, (è solo dal Cinquecento che vi sarà differenziazione tra vere private e pubbliche). La damnatio memoriae ad opera della municipalità democratica condusse tra il maggio e l’ottobre del 1797 alla sistematica distruzione di tali emblemi che furono per lo più scalpellati cosi da non lasciarne traccia. L’unico caso di leone sopravvissuto su una pubblica vera della città è quello in Campiello de Ca’ Bernardo presso S.Barnaba, salvatosi probabilmente grazie alla posizione appartata del luogo. Degli altri leoni rimase solo una campitura vuota oppure un tondo o un ovale a seconda che il leone fosse stato in moleca o andante. Il primo tipo di leone è quello che araldicamente si definisce seduto, accosciato, in maestà e che alla Zecca veniva detto in soldo o in gazzetta dal nome delle monete su cui si usava stamparlo. Venezianamente esso è detto in moleca (la moleca in dialetto è il granchio quando cambia guscio e diventa così molle) più ancora per la struttura rotondeggiante per la forma delle ali spiegate sempre a ventaglio che ricordano le chele del crostaceo un tempo diffusissimo tra in canali cittadini. Altro tipo di contatto di questo leone col granchio è nel suo carattere anfibio sorgendo esso dalle acque, talvolta col solo torso e talaltra emergendo con tutto il corpo salvo le zampe posteriori e la coda. L’altro tipo di leone è quello detto comunemente andante, cioè passante o gradiente mentre più propriamente dovrebbe dirsi stante poiché poggia una zampa anteriore sul libro di solito aperto su cui si legge normalmente “Pax tibi Marce Evangelista meus” (ma il libro può essere anche chiuso senza che ciò comporti l’idea della guerra). Gli effetti della iconoclastia antimarciana (oltre mille furono nella sola Venezia i leoni lapidei scalpellati) furono molto meno evidenti nelle isole.

Volendo semplificare al massimo, sotto l’aspetto stilistico le vere veneziane si possono così suddividere:

– 1. vere archeologiche, ricavate cioè da blocchi lavorati classici,greci come romani ( rocchi di colonne, are, cippi, urne cinerarie e altro) ;

– 2. vere carolingie (VII-X sec.) sia a forma di parallelepipedo che di cilindro; vere veneto-bizantine (XI-XIII sec.), a cilindro libero o inserito in un rettangolo archeggiato con colonnine o pilastrini;

– 3. vere gotiche (XIV-XV sec.) simili a capiteli di colonne o di pilastri;

– 4. vere lombardesche (fine XV – primo XVI sec.), pure aventi struttura di capitelli;

– 5. vere rinascimentali di forma poligonale o cilindrica (dalla seconda metà del XV sec.alla metà del XVI sec.e come survival anche oltre) , per lo più di uso pubblico;

– 6. vere manieristiche o barocche (seconda metà del XVI-prima metà del XVIII),di valore prevalentemente architettonico;

– 7. vere neoclassiche (da fine XVIII a metà XIX sec.),in genere a semplicissima struttura cilindrica.

Vera del ‘400 con scudo e impresa dei Bernardo, Corte dei Orbi a S.Maria Formosa.

A sé va classificato il tipo di vera veneziana per cosi dire tradizionale , cioè a fusto cilindrico, di solito leggermente rastremato verso il basso, con sovrapposto elemento quadrato, più raramente poligonale, ad archetti a tutto sesto (ma talvolta a peducci rialzati o a ferro di cavallo o a sesto lievemente cuspidato o ogivali o trilobati e piccole volte unghiate (unghie) agli angoli. Con le sue innumerevoli varianti è questo il modulo di gran lunga più diffuso di vera veneziana, formatosi sicuramente nel ‘300, come ipotizza Arslan, (Jetwart Arslan,Padova 1899 – Milano 1968 – noto critico d’arte) e continuato con più o meno sensibili variazioni fino almeno all’inizio del ‘500, cosicché tali vere risultano spesso di problematica datazione quando non siano accompagnate da un elemento araldico o epigrafico. Le vere tradizionali sono capillarmente diffuse nelle corti della Venezia minore e vennero esportate ed imitate nella terraferma veneta e nel ‘Dominio da Mar’. Numerosi esemplari antichi scomparvero nel corso degli anni, profonda lacuna e piaga nella storia architettonica della città e di tutte queste vere pubbliche solo un’infima parte fu museificata, ma la maggior parte fu venduta ad antiquari o dispersa. Infatti se si esclude la presenza di vera cubica carolingia nella piazza di Torcello colà depositata dal Museo Provinciale e di un’altra parzialmente rilavorata in Corte Correra a S.Zaccaria non sussistono attualmente esemplari preduecenteschi sparsi in campi, campielli e cori pubbliche di Venezia e dell’Estuario.

un’esempio tratto dalla raccolta di disegni acquerellati delle vere da pozzo eseguiti dall’olandese venezianizzato Jan Grevembroch, conservati in due quaderni al Museo Correr (di cui uno datato 1761),costituiscono la più antica raccolta iconografica delle vere da pozzo veneziane e si distinguono inoltre per la piacevolezza e nel contempo fedeltà delle immagini.

 

Giacinto Gallina, (Venezia,31 luglio 1852 Venezia 13 febbraio 1897noto commediografo italiano,considerato l’erede della grande stagione goldoniana) nella commedia ‘Serenissima’ faceva infatti di una vera da pozzo, proprietà di un patetico e spiantato ‘nobilhomo’ una sorta di simbolo della decadenza di una città ridottasi a mercato antiquario per facoltosi stranieri.

Quando sogniamo Venezia, quando immaginiamo campi e campielli notturni illuminati dalla luna mediterranea, bizantina popolati da gatti e ombre misteriose lei è sempre protagonista della scena, immancabile presenza della scena. Silenziosa e antica.

Bevi l’acqua vibrante. Accarezza la pietra con mano delicata. Da’ il tuo addio all’Occidente, se lo possiedi, quindi volgiti a Oriente..” Robert Byron.

Fonti:
Alberto Rizzi,Vere da pozzo di Venezia,La stamperia di Venezia 1981. 
Arslan Edoardo, Venezia Gotica, Milano 1970.

 

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi